Il rigore dell’anima: ovvero quando lo sbaglio è quello giusto.

di Alice Lou

Se siete nel mondo “artistico”, soprattutto teatrale ma non solo, vi sarà sicuramente capitato di sentir parlare di rigore come di un valore irrinunciabile. O anche se non avete a che fare con il mondo artistico direttamente, di sicuro avrete un’idea di quello che significa essere rigorosi nel proprio lavoro. Ecco, io di questo “rigore” ne ho fatto la mia bandiera per molti anni, fino al punto in cui sembrava quasi non ci fosse altro, come uno schermo che proietta sempre lo stesso film per non rimanere al buio nella sala senza niente da dirsi. Un regista mi scrisse una dedica su un cd una volta, alla fine di uno spettacolo: avevo 17 anni ed ero già molto distratta, quindi il cd l’ho perso, e di quelle parole ricordo solo la conclusione “… ma se in futuro sarà il tuo lavoro, ti prego, divertiti di più.” All’epoca leggere questa cosa mi aveva molto infastidita: il teatro è una cosa seria, mica una barzelletta, richiede scelte di vita impegnative, richiede costanza, dedizione, tenacia, allenamento. Per me richiedeva anche mettersi contro parte della mia famiglia, e trascurare le aspettative che parenti, insegnanti, formatori, amici riponevano in me, dalla ricerca universitaria, all’avvocatura, alla medicina. E allora, in tutto questo caos di delusioni e scelte difficili, cosa c’entrava e a cosa poteva mai servirmi il divertimento?
Partendo da questi integri presupposti di ventenne saturnina, ho iniziato ad incontrare chi (persone e personaggi, e anche persone che si credevano personaggi) la pensava come me, e ad alimentare questa sensazione. Ricordo ancora una conversazione avuta con mia madre, durante la quale l’avevo lasciata esterrefatta dicendole che no, il teatro non è affatto per tutti, ma solo per quelli che lo possono capire. La cosa però non girava più di tanto: ho litigato con un sacco di persone, ho rotto rapporti, ho tenuto atteggiamenti sprezzanti, mi sono messa i bastoni tra le ruote in così tanti modi che se mi guardo indietro non riesco a capire come mai sia ancora qui, a voler salire su un palcoscenico.

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ALMAprogetto sul palco di “Teatro del Sisma: maratona teatrale”.

Poi però è successo qualcosa. O meglio, deve essere successo, a un certo punto, non so dove perchè ero troppo impegnata a vivere e ad elaborare gli eventi per notarlo. Immagino che il jazz abbia (come sempre) un suo ruolo fondamentale, ma insomma, ne ho avuto il sentore.
Domenica 25 c’è stata una maratona teatrale dedicata alle vittime del terremoto di Amatrice, 8 ore di teatro per raccogliere fondi, e c’eravamo anche noi, con la nostra associazione appena nata, con i nostri 10 minuti del nostro primo spettacolo, con la nostra prima collaborazione con musicisti e performers meravigliose, con la nostra prima apparizione in mezzo a dei colossi del teatro a Bergamo. Le risate dietro le quinte, prima di salire in scena, sentire i compagni sul palco, apprezzare la qualità di quello che stanno facendo, e poi all’improvviso… eccolo lì, l’errore.
Si può sbagliare per mille motivi: incapacità, distrazione, fretta, imprevisto tecnico, memoria, mancanza di preparazione oppure, orrore!, di rigore. Un tempo ci avrei pensato a lungo, oggi sento che per me non ha nessuna importanza perchè, come, quando, cosa… semplicemente avviene. Siamo umani, in balia di noi stessi, del caos, dell’entropia o di qualsiasi cosa ci possa sballottare di qua e di là, e codificare tutto in nome di un rigore assoluto non potrà mai metterci al riparo dagli sbagli. Per molto tempo l’ho pensato, e di sicuro lo penserò ancora nel futuro, qualche volta. Vorrei però affiancare a questo spauracchio dell’errore anche un’altra idea.
La possibilità che esista anche l’Errore, con la maiuscola, un errore giusto. Quello che racconta Gianni Rodari in un libro che avevo imparato a memoria nell’infanzia e che oggi sono andata a rileggermi.
“Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?”

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Dall’introduzione di Gianni Rodari a “Il libro degli errori”, 1993.

 

Forse se lo spirito è quello giusto, se si è dentro, se ci si sente bene nella propria pelle e in quello che si sta facendo, l’errore sarà Errore. Inaspettato, ma al momento giusto. Un aneddoto del quale ridere dopo, al bar, sapendo che esso non definisce in alcun modo quello che facciamo, al contrario. L’Errore può dare vita, umanità, sciogliere il ghiaccio di una presunta perfezione e introdurre l’imprevisto che merita di essere raccontato. Come la storia di quel navigante genovese che da un grosso errore scoprì un altro mondo.

Ecco, forse anch’io vorrei che si potesse ogni volta scoprire un altro mondo, nel quale anche il rigore sia divertente, un paradossale rigore interno, un rigore che sia amore verso sè stessi e verso gli altri, un rigore dell’anima.

E voi, come vivete il vostro rapporto con gli errori? Raccontatecelo nei commenti, e se vi va condividete questa riflessione. #sharingiscaring